Capitolo Tre de “L’ammazza-demoni”

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Alzarsi la mattina ormai non risulta più difficile come i primi tempi, anche se devo ammettere che mi piacerebbe poter fare una dormita fino a mezzogiorno, ma ciò mi è impossibile: se non lavoro, mi alleno.
La mia vita è dura, ma non posso lamentarmi. Ho sempre mille cose da fare e poco tempo per pensare che in realtà ciò che vivo non è sano per una ragazza della mia età che dovrebbe pensare a divertirsi, uscire con le amiche e magari trovarsi un ragazzo.
Io non so nemmeno cosa sia però avere un ragazzo. Ho avuto sporadici incontri con uomini giusto per avere un contatto fisico diciamo, ma relazioni? Nemmeno una di cui ho memoria, ma va bene così. L’unica cosa a cui mi serve pensare al momento è la caccia ai demoni ed è giusto che sia così direbbe nonna anche se avrebbe da ridire su una cosa.
Ossia?
Sto invecchiando, non rimarrò giovane per sempre e devo trovare un uomo abbastanza avvenente e soprattutto intelligente che mi metta incinta e mi faccia procreare la prossima ammazza-demoni.
Lo so, detto così è altamente squallido, ma la nonna era fissata su questo punto, affermava che avere un uomo nella propria vita non serve a nulla, meglio crescere le figlie da sole.
Ah si, dimenticavo, l’essere l’ammazza-demoni è una prerogativa che si trasmette in linea femminile, avere un uomo come cacciatore sarebbe un anomalia e fino ad ora non è mai successo. Lo era mia nonna, così come sua madre e anche la mia lo sarebbe stata se non avesse deciso di abbandonare tutto e vivere come una qualunque persona ignara dell’esistenza dei demoni.
Ma ora sto divagando, sono sicura che di questo discorso si potrebbe parlare a iosa, ma non è necessario…
Oggi lavoro e ho il turno al mattino, precisamente l’apertura del bar. Ah si, quella parte è vera. Lavoro in un bar ed è lì che mi sto recando con la mia honda civic del ’72. Gentile regalo della mia defunta nonna. Adoro quest’anno per l’amore di tutte le cose benedette, ma è antica, un po’ come lo era la nonna e come lo è tutt’ora la casa.
<Ben arrivata eh!>> > esclama la mia collega sempre di buon umore di prima mattina. Sono affezionata a Glory è la mia unica amica, ma la strozzerei volentieri insieme alla sua voglia di chiacchierare quando una persona si è alzata praticamente da cinque minuti.
Sorvolo per l’ennesima mattina e dopo aver indossato la divisa mi preparo alla solita routine: fai caffè, servi caffè, fai scontrino, saluta cliente. Sono diventata un robot ormai e quando non ci sono clienti mettiti a pulire i tavoli e il bancone oppure riempi i contenitori dello zucchero.
Sembra una mattina lenta, che si trascina con la consapevolezza che ho ancora davanti sei ore di lavoro e sono solo le otto.
<Ma l’hai visto quello?> mi sussurra Glory all’orecchio lasciandomi trasalire dallo spavento.

<Ma chi scusa?> mi guardo intorno ma a parte i soliti abitudinari clienti non vedo nessun di nuovo.

<Ma quello là fuori che osserva la vetrina…> dice facendomi quasi sentire come una stupida per non averlo notato e per tutte le cose benedette, quell’uomo deve aver avuto una benedizione particolare per essere così affascinante.
<Speriamo entri, mi andrebbe proprio di servigli un bel caffè caldo!> esclama trasognata. Io ridacchio e devo ammettere che è la prima volta che vedo un uomo così, è troppo, in natura non dovrebbero esistere persone con quell’aspetto.
<Mica entra qui. Questo bar è sciatto per uno come lui!> le dico facendole notale che non siamo come il Monkey Bar di Berlino o lo Sky Bar di Bangkok.
<Ma la “Luna Appesa” è un istituzione!>
<Potrà anche esserlo, ma non siamo uno starbucks. I clienti che vengono a far colazione sono gli stessi da almeno ventanni – le dico calcolando approssimatamente l’età – quelli che vengono per il pranzo sono gli stessi che lavorano nella zona e che non cambiano.>
<Appunto, Amanda, questo è un bar di conforto e rassicurante e perciò sono sicura che lui entrerà>>afferma decisa e tornando a preparare i piatti pronti per il pranzo.
L’uomo intanto ha smesso di fissare il menù e sta guardando con grande interesse l’interno finché i suoi occhi non si posano su di me e manco a farlo apposta una scia ghiacciata mi scorre lungo la colonna vertebrale dandomi una bruttissima sensazione.
Quell’uomo non promette niente di buono e Glory aveva ragione. Sta entrando nel bar.

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