Capitolo tre de l’Isola delle Coppie – il ritorno

Spread the love

<<Alexa non pensi sia ora di svegliarsi?>> la voce della mamma suona arrabbiata dalla porta della mia cameretta. So che ha ragione, che è tardi, ma non ho voglia di alzarmi.

La notte prima ho fatto tardi per finire di leggere uno di quei libri che ho trovato nella soffitta; se i miei genitori sapessero che li ho scoperti andrebbero su tutte le furie, ma la tentazione è stata troppo forte.

Ammetto però che questo non è nemmeno il libro che scovo. Quando avevo all’incirca otto anni ero avevo deciso che sarei andata alla ricerca di tesori perduti e aggirando il divieto dei miei, ero salita nella soffitta, in quel luogo polveroso che per gli adulti era vietato a noi bambini.

Fin da bambina però il mio animo ribelle mi ha fatto mettere in un mucchio di guai e così trasgredii quell’ordine impartito a gran voce e salii le scale, inizialmente titubante, quasi avessi paura del mostro che si nasconde nell’ombra, poi però il coraggio si impadronì di me e baldanzosa mangiai i gradini finché non varcai la porta.

Rimasi alquanto delusa da ciò che vi trovai. Non c’erano tesori, niente di magico, niente che potesse spiegare il perché di quel divieto, ma poi li trovai.

Papà doveva averli nascosti in un posto in un posto dove nessuno, secondo lui, avrebbe potuto scovarli, ma io sono furba e lo dice persino lui.

Così eccoli lì, dentro un vecchio armadio, dagli angoli un po’ ammuffiti, sotto una coltre di vecchie coperte che sembrano essere state rosicchiate dai topi. Vidi qualcosa che ai miei occhi di bambina apparivano come una novità, come un qualcosa di affascinante e perciò ne presi uno, quello in cima alla pila e lo nascosi sotto la maglietta.

Quella stessa notte, armata di una pila, sdraiata sul letto nascosta dalle coperte, lessi il mio primo libro e quell’avventura segreta fu la prima di molte altre.

Come allora, anche stanotte sono rimasta sveglia a leggere la storia di Scout, una bambina di sei anni che, per la prima volta, viene a contatto con il concetto di diverso. Ho divorato le pagine una ad una leggendo di quei valori che ognuno di noi dovrebbe aver assimilato ma che invece sono ben lontani dall’essere raggiunti.

<<Ora mi alzo!>> dico ad alta voce coprendomi gli occhi per l’improvviso sole entrato nella stanza.

<<Sarebbe anche il caso, ti ricordi che giorno è oggi?>> mi chiede con voce nasale.

E chi se lo dimentica… Oggi è il giorno. Il famoso giorno in cui verrò accoppiata con uno dei ragazzi che vivono nella società post guerra nucleare. Verrò rinchiusa nel progetto Isola delle Coppie per tutto il tempo che il Governo vorrà.

Questo progetto è una mera idiozia ma è ciò che gli scienziati hanno escogitato per incrementare le nascite e far popolare la terra. Perché bisogna sapere che la popolazione mondiale, come la si conosceva, ora non esiste più, siamo rimasti una manciata di esseri umani nati dai sopravvissuti al disastro nucleare. Troppi pochi per poter arrivare ai numeri che eravamo una volta.

Il progetto Isola delle coppie è semplice per lo più, ogni cinque anni i ragazzi dai diciotto a ventitré anni vengono obbligati a presentarsi nella sala dell’accoppiamento. Qui, tramite un complesso meccanismo di affinità, vengono accoppiati donne e uomini.

Sembrano una cosa assurda e irreale eppure è così. I miei genitori si sono sposati dopo essere stati messi insieme e da allora vivono felicemente.

Detta così è semplice, mamma però odia papà e odia me. Lo vedo dagli sguardi che ci tira. Ogni cosa che facciamo non va mai bene e tante altre piccole cose che me ne hanno dato conferma.

Mi vesto con il vestito più carino che ho, ossia un vecchio vestito di mamma adattato alle mie forme più morbide e giovani.

Mi osservo allo specchio desiderando non sentirmi tanto a disagio con indosso una gonna però va così, siamo obbligati a vestirci tutti bene e in maniera adeguata. Faccio un sospiro, rassegnata all’idea che quello è il primo passo verso il mio destino, verso un futuro che non potrò né scegliere né cambiare.

La sala dell’accoppiamento è gremita di ragazzi, tutti belli pettinati e infiocchettati nei loro abiti migliori.

Guardo le facce, riconoscendo qua e là alcuni visi conosciuti. Il figlio del muratore, la figlia del giardiniere, i gemelli figli del fornaio.

Ognuno dei ragazzi ha l’espressione di volersi trovare in un altro posto piuttosto di essere qui e come dar loro torto.

<<Eccovi qui tutti. Che belli che siete!>> esclama una donna in tacchi alti e tailleur.

Capelli biondi ossigenati, occhi verdi, di un verde troppo brillante, un verde troppo finto così come il sorriso plastificato che sfoggia.

Quella davanti a noi è Patricia Glendor, la malvagia strega dell’ovest. Ops volevo dire la leader del Governo.

Ci sorrise e quasi vorrei strapparle di bocca quei denti fin troppo bianchi, fin troppo perfetti. È immersa a fondo nel suo ruolo, ossia presentarci il progetto dell’accoppiamento, ma è una cosa inutile. Ne siamo già a conoscenza.

Io lo conosco e come un dejà vu mi ritrovo in questa stessa stanza con un abito diverso e delle sensazioni diverse. In un attimo però perdo tutto e mi rendo conto di non averlo mai vissuto ma di essere stata ingannata dai vari racconti dei miei genitori.

La strega mi guarda e non posso fare a meno di nominarla così nella mia testa perché se fuori sembra bella, anzi bellissima, dentro è un miscuglio di cattiveria e crudeltà. È una donna senza cuore e molte persone lo hanno capito subito senza aspettare gli eventi che si sono verificati.

Di rimando la fisso e tutto sembra fermarsi, l’aria diventa pesante e i presenti sembrano osservarci cercando di capire cosa stia succedendo e sinceramente anche io me lo sto domandando.

<<Alexa Susanne Mitchell.>> dice leggendo dal foglio che si ritrova tra le mani.

Faccio un passo avanti. Tutti mi guardano ansiosi di scoprire chi sarà il mio accoppiato. I maschi sono divisi tra i “vorrei non essere io” e i “vorrei essere io, così questa tragedia finirà”.

<<David Archibald Zellon>> dice infine la donna.

Un ragazzo fa un passo avanti e capisco che questo è l’inizio della mia tragedia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *